#ETMOOC Cittadinanza digitale e attivismo sociale

Esamino l’ultimo argomento di #ETMOOC: Topic #5: Digital Citizenship – Identity, Footprint, & Social Activism,  focalizzandomi, in questa fase, sulla cittadinanza digitale, presentando una mappa realizzata con Visual Understanding Environment (VUE), un progetto Open Source basato presso la Tufts University e successivamente un grafico sulle petizioni online create in Italia.

Sono spinta verso questa direzione da un duplice obiettivo: a) ottenere una visione generale dell’argomento, b) esercitarmi nell’uso del software VUE.

cittadinanza

per ingrandire la mappa cliccare qui ==>  cittadinanza_digitale

Procedo consultando su twitter l’hashtag #socialactivism; trovo significativa l’infografica proposta «Giovani adulti: il futuro dell’attivismo sociale».

Breve interpretazione d’insieme. I social media hanno avuto sulla nostra società e sul mondo un impatto profondo portando le persone a pensare a come possono influenzare le questioni sociali. La condivisione non solo coinvolge la famiglia e gli amici, l’attività spinge a sostenere i problemi che stanno a cuore.

activism

 

Spinta dalla curiosità mi attivo per conoscere i problemi che spingono gli Italiani a creare petizioni online; scopro così che «Activism – Petizioni Online, è il primo e più importante spazio per ospitare la tua petizione in Italia.»

Osservo che la petizione del giorno ha come protagonista il ministro della difesa Di Paola per l’incresciosa vicenda legata ai Marò, Italia e India

petizione attivismo

Pur condividendo l’indignazione non sottoscrivo la petizione.

Realizzo invece un grafico utilizzando, allo scopo, l’elenco delle categorie e il numero di petizioni:

 

petizioni

Politica e Governo, seguiti da Giustizia, diritti e ordine pubblico sono i maggior problemi che angustiano gli Italiani.

 

Sì, anche in questo caso mi trovo d’accordo. Sono un’ italiana angustiata.

 

 

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Comma ammazza-blog: un post a Rete unificata #noleggebavaglio

Da  valigiablu      riporto

“Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste.”   Martin Luther King

e trascrivo l’articolo di Bruno Saetta

Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?

Il comma 29 estende l’istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i “siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”, e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per “sito” in sede di attuazione.
Cosa è la rettifica? 
La rettifica è un istituto previsto per i giornali e le televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell’ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell’ottenere la “correzione” di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.
Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? 
La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con “le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”, ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.
Se io scrivo sul mio blog “Tizio è un ladro”, sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? 
La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri ed affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia “lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.
Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? 
E’ possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.
Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica?
La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l’obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.
Sono soggetti a rettifica anche i commenti?
Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all’estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito ad una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.

#CCK11 effetti benefici

Gli incontri illuminanti e benefici effettuati nei corsi MOOC per le esperienze  che ho fin qui vissuto (PLENK2010 e CCK11) sono davvero un toccasana, rimedio di sicura efficacia per il disagio che provo da quando, ahimé,  sono tornata fra le mura del corso formale che sto seguendo.

Quali gli incontri?

Esempio 1
rappresenta per me a) sintesi originale in alternativa alla mappa concettuale, espressione di un bisogno compreso anche se non condiviso; b) stimolo a ritornare  al sito di slideshare, modificato rispetto il passato, per  osservarne l’uso di soluzioni aggiornate.

Esempio 2

recepisco la segnalazione di J. Mak su Facebook come
a) manifestazione di un piacere condiviso: l’ ascolto della musica sinfonica
b) evidenziazione della straordinaria potenza delle tecnologie impiegate  per valorizzare la creatività, il talento, l’espressione dei singoli e per liberare la personale energia creativa.

Esempio 3

la segnalazione del facilitatore  Downes è un incitamento a) a riflettere ancora sul connettivismo: una teoria  che è specchio, espressione dei tempi ed b) evidenzia la  necessità di ricercare, e rivendicare,  di nuovi modi di partecipazione politica e sociale  che incorporino e adattino i processi sociali e di comunicazione  resi possibili da Internet.

…Purtroppo le ferite dopo l’incontro di ieri sera su Skype col gruppo di lavoro/studio in nome di una collaborazione, che si rivela sempre più  una perdita di tempo e una mortificazione per chi è più consapevole, sanguinano ancora nonostante le sferzate di energia più sopra segnalate.

Alcune domande si affacciano alla mia mente:

a) chi ha assaporato l’intensità e la libertà dell’apprendimento in ambiente connettivista potrà ancora adattarsi  ad altri , quelli della tradizione?

b) Connettivismo e apprendimento sociale  rappresentano o possono essere paragonati a ciò che svolge il sistema di propulsione a curvatura dell’universo di Star Trek ?

Leggerezza è richiesta!


#CCK11 , Master UniTuscia e Web 2.0

Cosa hanno in comune le sigle e le espressioni linguistiche che seguono:

PLENK 2010 – e-BookLearn;    CCK11 – Master in e-learningUnituscia ?

Sono tutte  proposte formative che ho seguito in autunno e che seguo ora; perseguono la libera circolazione del sapere e delle conoscenze;  privilegiano la licenza Creative Commons; rappresentano differenti proposte di e-learning. Trovano nel Web 2.0 altri elementi di unione.

Ritorno a riflettere sul Web 2.0 attraverso la lettura del materiale presentato da Federico Meschini al Seminario del II anno di corso del master in Master in e-learning dell’Università degli Studi della Tuscia. Per ottimizzare  i risultati della riflessione ritengo sia opportuno  tracciare  una sintesi del materiale proposto,  formulare quelle  domande atte a enucleare le implicazioni conseguenti all’ ‘uso di strumenti, applicazioni, e ambienti propri del web 2.0,   individuare/esplicitare le questioni legate al tema su cui verterà il pw del gruppo di lavoro collaborativo di cui faccio parte, riconducibili proprio alle problematiche del web 2.0, sul quale avrò modo di ritornare in futuro.

Ricostruendo il percorso espositivo del ricercatore viterbese  indico  gli aspetti su cui egli ha ragionato

  • sul modo in cui si è arrivati «alla diffusione su larga scala di questo ‘meme»
  • su cosa indichi l’espressione
  • sui cambiamenti che ne sono derivati
  • sugli esponenti di spicco

Opportunamente  ed efficacemente ‘invita i corsisti « a confrontare la pagina principale attuale di Repubblica.it con quella di dieci anni prima».

Altrettanto efficacemente  propone della rappresentazione della timeline tecnologica

In breve:

Web 1.0 è stato il primo decennio del Web: 1990 – 2000.

Web 2.0 è la seconda decade, 2000 – 2010.

Web 3.0 è la terza prossimo decennio 2010 – 2020 e così via.

Ognuno di questi decenni, è (o sarà) caratterizzate da particolari movimenti di tecnologia, temi e tendenze, e questi indici.

Molto interessanti sono  risultati anche

a) la presentazione , messa a punto in vista dei molteplici «seminari sul web 2.0 in campo biblioteconomico» che il ricercatore  ha condotto ,

b)  l’ articolo intitolato « “eContent: tradizionale, semantico o 2.0”? sulla differenza di paradigma tra il Web 2.0 e il Semantic Web».

I numerosi riferimenti a cui il ricercatore rinvia,  da me archiviati con tag#MasterUnituscia e rintracciabili qui,  documentano ottimamente gli aspetti considerati;  particolarmente  illuminanti per me quelli che rimandano a: La coda lunga VuFindZack MashUp e quelli contenuti nella slide conclusiva che documentano  la situazione italiana ( Librarian 2.0).

Altre valutazioni si pongono; alcune  riguardano le conseguenze che l’uso di strumenti, applicazioni, ambienti propri del Web 2.0  ha portato nei diversi settori della vita, per esempio

  • nell’ e-learning
  • nel modo di apprendere, conoscere
  • nelle relazioni sociali
  • nel mondo dell’informazione
  • nella gestione/partecipazione politica
  • nei confronti della libertà in Rete,  della sicurezza,  della privacy,  del diritto d’autore.

Altre riguardano le attrezzature di cui si deve essere forniti per svolgere determinate mansioni: nel 21° secolo Internet e la Rete sono la realtà in cui un individuo interagisce, si forma e cresce, comunica  apprende,  partecipa,  fa politica, lavora. In tale cornice l’identità digitale, che ha valore come quella reale, implica però scenari di complessità ben più specifici per caratteristiche, dinamiche, linguaggi e prassi peculiari dell’essere in rete.

Si pensi alla molteplicità di aspetti che ad essa sono collegati: sicurezza, privacy, ai quali vanno aggiunte le questioni legate alla persistenza, alla ricercabilità, alla replicabilità propri di ciascuna traccia lasciata in rete; sono questioni altamente strategiche, che attengono ai diritti e doveri, alla proprietà intellettuale, al diritto d’autore, alla reputazione. Per riuscire a gestire e monitorare con consapevolezza e senso di responsabilità tutti questi aspetti è necessaria una costruzione attenta ed accorta dell’identità digitale; altrettanto facilmente è immaginabile come tale costruzione richieda un processo complesso, che nel 21° secolo diviene prioritario per il soggetto in rete.


Altre sfide ci attendono.

#PLENK 2010 i risultati PISA-OCSE 2009 Italia

È grazie alle connessioni stabilite nel corso del PLENK2010 e alla comprensione di come si apprende nell’era digitale che ora mi sento cittadina del villaggio globale.

Il flusso dei dati digitali e delle informazioni di cui dispongo grazie ai diversi canali di cui mi avvalgo rappresentano un’occasione, per me ottima , per acquisire, approfondire  e/o costruire la conoscenza di aspetti della realtà, in questo caso di quella in cui vivo, l’Italia.

Nel giro di pochi giorni lo stesso tema,  si è posto alla mia attenzione: i risultati PISA- OCSE 2009 attraverso i contributi di Stephen Downes e John Mark.

Mi interrogo su quanto io sappia  realmente in merito e successivamente  mi documento attraverso i dati che l’INVASI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione), consulto alcuni quotidiani: il Sole24 e   La Repubblica

Dalle note dell’INVALSI  ricavo informazioni su

  • cos’è Pisa,
  • scansione temporale della somministrazione delle prove
  • obiettivo principale
  • studenti coinvolti
  • tipologia delle competenze studiate
  • validità scientifica delle prove
  • novità rispetto alle precedenti edizioni
  • analisi dei dati di tendenza

Il quotidiano economico edito da Confindustria affianca l’incipit  «perfomance degli studenti italiani resta sotto la media Ocse, ma rispetto al passato frena la caduta» con le dichiarazioni con cui il ministro Gelmini ha commentato il rapporto «Un risultato eccezionale».

La Repubblica sottolinea il miglioramento registrato dagli studenti italiani che riducono così il divario con gli altri Paesi e alla domanda «di chi sarà il merito? Della riforma Gelmini, entrata in vigore l’anno scorso alla media e quest’anno alle superiori, se i quindicenni italiani scalano posizioni? Non sembra possibile, visto che l’indagine riguarda il 2009. O  dei governi precedenti ?» risponde «Forse […] il merito è solo degli studenti e dei professori italiani […] in questi anni abbiano avuto il tempo di esercitarsi con batterie di test che dai banchi della scuola nostrana non passavano affatto. E, adesso, i risultati cominciano a vedersi. »

Nel rapporto Ocse-Pisa 2009, riferisce in un altro articolo il Sole24 spicca anche il divario Nord-Sud negli apprendimenti e altri due dati che peggiorano rispetto alle precedenti rilevazioni:  il primo è l’alta percentuale di “varianza” tra scuole a dimostrazione  che il  sistema scolastico italiano è sempre più a macchia di leopardo e i risultati non dipendono tanto dalle caratteristiche degli allievi quanto dal tipo di scuola scelta. L’altro aspetto preoccupante è che i miglioramenti negli apprendimenti in lettura, matematica e scienze sono stati “frenati” dalle cattive performance degli studenti di scuole e corsi professionali.

Incalza La Repubblica in un altro articolo dedicato al tema  riferendo l’analisi offerta dagli autori dell’indagine che evidenzia dati significativi:

  • nella scuola pubblica si impara di più
  • le basse posizioni sono dovute alle scuole private italiane che ricevono copiosi finanziamenti da parte dello Stato ma fanno registrare performance addirittura da terzo mondo.

I risultati più rilevanti, osserva Downes, sono

  • I migliori sistemi scolastici riescono a fornire un’istruzione di alta qualità a tutti gli studenti
  • lo scarso rendimento a scuola non deriva automaticamente da un background socio-economico svantaggiato, ma  il background socio-economico degli studenti e delle scuole sembra avere una forte influenza sulle prestazioni
  • I paesi che combattono le disuguaglianze sociali indirizzo ottengono  i risultati dell’apprendimento migliori
  • I paesi che le  ignorano restano  fermi  o cominciano aperdere posizioni  in classifica.

Per quanto riguarda l’Italia mi chiedo come sia possibile trovare soluzioni equilibrate e percorribili al problema.

 

A una molteplicità di elementi problematici riconducibili a fattori culturali di sfondo, fattori sociali, gestionali ed organizzativi spesso si associano discutibili pratiche didattiche,  impossibilità di individualizzazione…

Per porre rimedio occorrerebbe un  Paese più istruito,  ma  i  risultati presentati da Tullio De Mauro La cultura degli italiani (Laterza) dicono che in Italia

  • 5% è analfabeti completi
  • 33% semianalfabeti
  • 33% a rischio analfabetismo di ritorno

Servirebbe un Paese unito qui invece  il sistema partitico e istituzionale è in pieno sfaldamento.

A questo si aggiunge l’amarezza che la recente visione del film  Noi credevamo con il quale Mario Martone «tenta di tracciare un ponte tra l’Italia di oggi e quella di ieri» ha prodotto in me e non aiuta a dissolvere  i pensieri che sono sempre più bui e le speranze ridotte all’osso.





Perché è offerto come classifiche, È lì che quasi tutte le analisi cadute. Ma io ero molto più interessato in alcune delle analisi offerta dagli autori dell’indagine. I lettori sicuramente dovrebbe guardare al di là delle classifiche. Per me, i risultati più rilevanti sono che “I migliori sistemi scolastici prestazioni riescono a fornire un’istruzione di alta qualità a tutti gli studenti,” ed inoltre, “anche se scarso rendimento a scuola non deriva automaticamente da un background socio-economiche svantaggiate, il socio-economico background degli studenti e delle scuole sembra avere una forte influenza sulle prestazioni. ” I paesi che le disuguaglianze sociali indirizzo dimostrare meglio i risultati dell’apprendimento. I paesi che li ignorano restare fermo o cominciano a cadere in classifica. (Oggi Hits: 14 Totale: 440)