#PLENK 2010 Comportamenti digitali

A corso finito  PLENK2010 continua a procurare interessanti sorprese.

In questi giorni  aprendo la posta elettronica ho trovato una e- mail con la quale WordPress mi invitava ad applicare la moderazione a «Plenk 2010 riflessione critica».  Ciò equivale a dire che dopo aver letto il commento  si deve decidere se approvare, cestinare, segnalare come spam.

Con un secondo  messaggio sono stata informata che qualcuno aveva sottoscritto un abbonamento al blog. Le e-mail di cui ho riferito hanno per me un significato rassicurante: l’utente della piattaforma può contare su un filtro.

Ho letto il commento che Jim Stuffer, un corsista canadese, ha inserito a margine del mio ultimo post provando una piacevole sensazione per quella manifestazione d’ interesse. Non ho compreso attraverso quali passaggi sia riuscito a individuare fra i numerosi link quello che conduce al mio blog, tuttavia ripensando all’ultima domanda che Rita Kop aveva posto sul forum The importance of language on active participation on PLENK datata 22 novembre e alla mia successiva risposta ho attribuito a quell’interazione l’origine della scoperta del mio blog.

Ho pensato successivamente alla discussione che ha animato per lungo tempo le discussione sul forum sulle possibili cause del limitato intervento dei corsiti.  Al suo apparire l’argomento non mi aveva coinvolto molto perché ero troppo presa a individuare altri nuovi stimoli e perché sulla partecipazione dei membri di una comunità online avevo rivolto la mia riflessione nel periodo in cui stavo raccogliendo materiale per la tesi.

Ora però credo sia giunto il tempo di ritornare sulla questione.

I comportamenti dei soggetti in rete sono stati e sono tuttora oggetto di studi e di ricerche, se ne osservano usi e comportamenti, si indagano modalità di fruizione e attività svolte.  Ciò premesso, nel tentativo di contribuire al dibattito sul tema in ambito PLENK2010 forniscon in sintesi  i risultati di alcuni studi.

regola 90  – 9- 1. Nella maggior parte delle comunità online, il 90% degli utenti sono lurkers che non contribuiscono, il 9% degli utenti contribuiscono poco e l’1% degli utenti rappresentano quasi tutte le azioni.

Il fenomeno della disuguaglianza di partecipazione venne studiato per la prima volta in modo approfondito da Will Hill nei primi anni ’90; la partecipazione sociale tende a seguire la regola conosciuta come 90-9-1 formulata dall’esperto web danese Jakob Nielsen. Tale regola afferma che nei social network, su tutte le piattaforme, esiste una proporzione sorprendentemente costante tra partecipanti attivi e passivi:

  • Il 90% degli utenti è il “pubblico”, o lurkers. Le persone tendono a leggere o osservare, ma non contribuiscono attivamente
  • Il 9% degli utenti sono “editori”, a volte modificano il contenuto o aggiungono un thread ma raramente creano contenuti partendono da zero.
  • L’1% degli utenti sono “creatori”, spesso queste persone sono alla guida di una vasta percentuale di nuovo contenuto del sito, thread e attività.

La ricerca Forrester (2007) aggiornata nel 2010, predisposta per mappare gli usi degli strumenti 2.0 definisce una pluralità di profili rappresentati in figura

Potrebbe essere interessante chiedersi se la partecipazione dei corsisti del PLENK2010 rispecchi la regola 90- 9- 1 e sapere a quale/i profilo/i  della scala Forrester  i corsisti PLENK2010 si riconoscano.

Attraverso segnalazioni di Downes sono venuta a conoscenza di due siti su cui intendo operare qualche considerazione: il primo riguarda We Feel Fine , il secondo riguarda la nascita di un nuovo sito di gossip che svela la vita privata degli studenti.


We Feel Fine: un almanacco delle emozioni umane ,autori Jonathan Harris and Sep Kamvar, è una esplorazione in profondità dei sentimenti umani. Attingendo a un database di oltre 12 milioni di singole frasi raccolte in 3 anni da blog personali su Internet, We Feel Fine presenta un ritratto globale contemporaneo del paesaggio emotivo del mondo, esplorando gli alti e bassi della vita quotidiana in tutti i suoi colori, caos e candore.

Il programma  è stato creato per raccogliere l’espressione dei sentimenti del mondo del blogging. Al centro di We Feel Fine c’è un motore di raccolta dati che scandaglia automaticamente Internet ogni dieci minuti;  la raccolta dei sentimenti umani è ricavata da un gran numero di blog che provengono da una varietà di fonti online, tra cui LiveJournal,  MySpace, Blogger, Flickr, Technorati, Google. Il programma scansiona post su un blog per l’ occorrenza della frase “mi sento” salva la frase completa in un database che può essere interrogato per  individuare una certa emozione , l’età, il genere, la data, il paese, il tempo atmosferico. Il sistema gestisce in modo autonomo la raccolta e la presentazione dei dati sui sentimenti umani; raccoglie e visualizza i dati che sono stati già postati come informazioni sul World Wide Web ma  non associa mai i singoli nomi di persona con i sentimenti né  visualizza le foto anche se fornisce sempre un collegamento al blog da cui sono state raccolte qualsiasi frase o immagine visualizzate.

Il nuovo  sito di gossip promette di denunciare ciò che accade dietro le porte chiuse nei campus universitari e college in tutto il Canada. Room 110, un sito web sul modello della serie televisiva Gossip Girl, offre uno sguardo voyeuristico nelle vite private delle persone che frequentano i campus universitari in tutto il Canada.

Tutto il contenuto è anonimo, è inviato dagli utenti del sito e pubblicato dopo essere stato approvato dai rappresentanti degli studenti di ogni campus.

Se l’apertura del nuovo sito di pettegolezzo comporterà l’insorgere di  comportamenti non responsabili, al contrario We Feel Fine rende esplicito il fatto che la scienza e i suoi frutti tecnologici hanno modificato le impostazioni attraverso le quali conoscere  e  esplorare la nostra umanità.

PLENK2010 Riflessione critica

Nell’ultima settimana di corso viene sollecitata una riflessione critica sugli ambienti di apprendimento e/o reti. Eccomi, dunque, qui a ragionare sul percorso di apprendimento al fine di separare il grano dalle erbacce qualora ve ne siano state.

Intendo considerare gli aspetti che ho trovato particolarmente rilevanti, di quelli che invece ho vissuto come problematici riservando spazio all’esplicitazione degli ambiti di applicabilità del PLE e PNK.

La prima osservazione che espongo riguarda un aspetto che col suo manifestarsi ho considerato di buon augurio: dalla decisione di frequentare il master in Metodi e tecnologie per l’e-learning ad oggi il mio percorso di ricerca continua a incrociarsi con gli ambienti di apprendimento personali.

Un ricordo nitido riaffiora alla memoria. Ero impegnata nello studio del modulo 2 relativo a E-learning i cui testi di riferimento erano M. Ranieri (2005), E-learning: modelli e strategie didattiche; A. Calvani (2005), Che cos’è la tecnologia dell’educazione; G. Bonaiuti (2006), E-learning 2.0.

Il mondo della formazione a distanza che avevo sperimentato in tutte le fasi descritte dalla letteratura, di cui ho riferito nelle conclusioni della mia tesi di master,  nell’esercizio della mia professione, in questa fase della mia vita veniva ripercorso attraverso esposizioni teoriche. Grazie all’ultimo testo sopra elencato sono venuta a conoscenza del nuovo concetto (PLE) ed è stata folgorazione: ho intuito che quella soluzione/interpretazione di e-learning era la risposta alle mie esigenze.

Se attraverso a quelle esperienze formative ho acquisito ed evoluto le mie PKM, al termine del master, durante il quale ho avuto modo di sperimentare altre modalità di formazione a distanza con il sistema blended e mosso i primi passi verso la costruzione del mio PLE, ho constatato che la mia vita è cambiata perché io stessa sono cambiata, intravedendo davanti a me prospettive inaspettate in relazione a forme di partecipazione e di espressione.

La decisione di partecipare al PLENK2010 è stato il passo successivo.

Le dieci settimane attraverso cui si è sviluppato il corso sono state foriere di infinite emozioni, sorprese, apprendimenti per i quali provo profonda  gratitudine e che conseguentemente annovero fra gli elementi altamente positivi e costruttivi della proposta formativa canadese.
L’organizzazione del corso unitamente alle proposte e alle attività hanno modificato il mio modo di apprendere. Il cambiamento riguarda soprattutto la profondità del pensiero determinata a mio avviso dal fatto che l’interazione con una molteplicità di persone ugualmente alle prese con gli ambienti personali di apprendimento e di rete mi ha permesso di giungere a  una profondità di campo che non ha luogo abitualmente. Difatti anziché osservare da un unico punto di vista, il mio, ho potuto disporre di molteplici punti di osservazione, quelli degli altri studenti, col risultato rilevante di vedere migliorata la definizione dell’immagine/oggetto indagato.

Ho conosciuto nuove teorie dell’apprendimento sulle quali ritornerò quanto prima al fine di approfondirle, mi riferisco a umanesimo,  gerarchia dei bisogni, apprendimento trasformativo.

Numerosi e interessanti sono stati gli elenchi di tools da utilizzare nella costruzione del proprio ambiente di apprendimento e di rete forniti da alcuni specialisti in particolare; mi riservo di visionarli nel prossimo futuro per poterli conoscere valutare ed  eventualmente segnalare. Mi è rimasta impressa nella mente l’introduzione alle letture e alle attività della settima settimana, nella quale si dice che molti strumenti usati nei PLE/Ns provengono da ambiti che non hanno molto a che fare con l’educazione;  questo non è necessariamente un problema, ma fanno riflettere sul fatto che gli educatori non provvedono alla costruzione di strumenti utili al loro lavoro. Esistono quindi due sfide notevoli per educatori e PLE / Ns..: creare nuovi strumenti rispondenti ai reali bisogni dell’ambiente personale di apprendimento; migliorare l’esperienza dell’utente finale con nuovi strumenti, nuove interfacce  e facilità d’uso.

Concordo con la visione espressa perciò credo sia opportuno scegliere con discernimento quegli strumenti più adatti alle esigenze personali.

Ho avuto la conferma, qualora ne avessi avuto necessità,  del ruolo esercitato dai fattori emotivi non solo nel mio modo di interazione con  gli altri studenti ma anche nelle osservazioni, nelle reazioni e nei  comportamenti di molti altri corsisti. Per quel che mi riguarda  la consapevolezza del deficit di competenza della lingua inglese mi ha creato un senso di inadeguatezza psicologica e un  conseguente senso di sudditanza non facili da gestire.

Sono imputabili alla mia modesta conoscenza della lingua inglese l’esigua  interazione nei forum e la rinuncia, dopo un tentativo frustrante, a partecipare alle sessioni di collaborazione dal vivo. Ritengo tuttavia  che proprio quella limitazione si sia mostrata preziosa alleata nei momenti in cui ero obbligata a selezionare risorse e nodi verso cui convergere la mia attenzione.

A emozioni non ben controllate sono imputabili, a mio avviso, certi interventi effettuati nei forum di discussione (si vedano ad esempio alcuni interventi del 19, 25, 26, 27 settembre) da chi sembrava provare del risentimento verso qualcuno. Ripenso allora alle affermazioni che G. Bateson ebbe a fare «le emozioni sono alla base anche della gerarchia sociale, delle posizioni dei membri in una comunità. Fattori emotivi dunque come fondamento di tutti i rapporti umani». Potrebbe, allora, essere utile suggerire qualche lettura riguardante la comunicazione online (caratteristiche e implicazioni) e la conoscenza della netiquette,  aspetti questi che  attengono alle competenze necessarie per  un learner efficace del 21° secolo.

Riservo alla parte conclusiva la mia valutazione del corso che ha proposto molteplici temi e attività diverse e  che voglio richiamare alla memoria. Dapprima si sono considerati esempi e diagrammi di PLE si sono quindi messi a confronto l’apprendimento personale e l’apprendimento istituzionale; è stata offerta l’ opportunità di capire il prossimo  eXtended Web; sono state proposte le teorie dell’apprendimento; si è affrontato il tema della valutazione e riflettuto sugli elementi necessari per usare con successo il PLE e sugli strumenti PLE e strumenti Ns che esistono e che invece devono essere costruiti; si è riflettuto sugli ambienti di apprendimento personali e di rete e la gestione della conoscenza;  ci si è interrogati sull’applicazione del Ple/Ns in aula; si è riservato spazio e tempo alla messa a fuoco degli aspetti problematici.

L’esperienza, purtroppo conclusa, è per quel che mi riguarda molto positiva perché, ricorrendo alla metafora del giardiniere, mi ha permesso di concimare la mia terra, di conoscere nuovi semi; ha rinvigorito la mia voglia di procedere all’impollinazione con la creazione di nuovi contenuti, collegamenti e collaborazioni; mi ha confermato sulla necessità di garantire le sementi prestando attenzione e  cura alla reputazione e alle tracce che lascio in rete.



mappa dei partecipanti

new post #PLENK 2010 a proposito di PLE / Strumenti Ns – ciò che esiste, ciò che è da costruire

L’intento di questa settima settimana di corso si rivolge verso due direzioni, la prima si focalizza sulla costruzione di un inventario, un elenco completo di ciò che è stato scritto, ideato, progettato, creato sugli ambienti di apprendimento e sulle reti sociali; la seconda  sollecita una riflessione sugli strumenti software usati al fine di identificare quegli strumenti di cui si sente la necessità, utili a migliorare l’esperienza dello studente.

Mentre mi domando se effettivamente sia questa una mia esigenza mi rendo conto che per quanto attiene il primo aspetto posso dare il mio contributo parlando del modello che hanno messo a punto M.C. Pettenati e E. Cigognini, rispettivamente relatrice e correlatrice della mia tesi di master. Il modello è finalizzato alla progettazione e al sostegno «di processi di apprendimento nell’area formale che si arricchiscono attraverso le pratiche del non formale e dell’informale in un ambiente di tipo Connettivista».

La Cigognini1 afferma che «il modello può essere pensato come una guida d’uso per l’autovalutazione e il monitoraggio efficace del proprio percorso di  apprendimento personale […]» Studenti e progettisti didattici possono usare il modello come linee guida «per allestire e implementare le diverse attività formative del processo di apprendimento stesso» oltre che « per la definizione delle fasi di valutazione del processo formativo». Di certo mi attarderò sul prezioso contributo di cui ho dato solo un’anticipazione, nella settimana entrante quando il tema di discussione sarà Personal knowledge management.

Desidero puntare la mia attenzione,  elencandoli,  sugli strumenti che uso e conosco e che fanno parte del mio Ple la cui mappa, ancora in via di completamento, è rintracciabile qui.

Ho letto con vivo interesse e vero piacere la segnalazione fatta da Susan O’Grady e le sorprese, piacevolissime, sono state numerose. Il punto per me ora è imparare a usare tutti quegli strumenti e per questo ci vuole tempo, tanto tempo, confido tuttavia nella mia determinazione e in qualche buona idea che di certo non tarderà ad arrivare. Nel frattempo mi sono iscritta a un gruppo, PLN learning by doing…, visibile qui, che secondo la sua creatrice è uno spazio per imparare facendo:  migliorare l’apprendimento e la collaborazione online e   meglio aiutare gli altri a  connettersi. Sono un’incosciente? no una sognatrice.

1E. Cigognini Personal Knowledge Management per imparare ad apprendere: modello di competenze e strategie formative per vivere la conoscenza in rete, Tesi di Dottorato di Ricerca, Università degli Studi di Firenze 2008

new post #PLENK 2010 Riflessioni

L’handicap rappresentato dalla mancata competenza della lingua inglese che mi impedisce di dialogare e di intervenire nelle discussioni dei vari forum limita non poco la mia partecipazione, tuttavia nella consapevolezza delle limitazioni ho creduto di poter circoscrivere  i danni facendo ricorso a doti che mi riconosco e che sono il frutto di un pluriennale esercizio: volontà, costanza, perseveranza. Con caparbietà mi sono tenuta costantemente aggiornata sulle letture consigliate, ho svolto buona parte delle attività suggerite, mi sono attardata nella lettura /ascolto di post dei vari blog assumendo quale criterio principale quello della risonanza.

È giunto però il momento in cui mi sono chiesta se io possa considerarmi ancora membro effettivo della famiglia del MOOC PLENK2010 dopo che mi sono accorta che nella segnalazione dei blog dei partecipanti dal 19 ottobre  il mio non compare più.

Perché?

Di certo una ragione ci sarà, forse sarà scritta da qualche parte…

So bene che il turbamento suscitato dalla mancata segnalazione riflette un mio recondito convincimento. Ecco allora l’esigenza di interrogarmi sul rapporto che ho stabilito e vivo con questo corso.

Mi interessa ancora? Mi considero membro effettivo?

Io so di aver bisogno delle sollecitazioni e degli stimoli che il corso fornisce;  ho necessità di riconoscermi membro di questa struttura sociale; ritengo che non sia ancora giunto il momento adatto per seguire da sola la mia a strada. Ora gli obblighi adombrano i miei personali desideri, mi rasserena il pensiero che anche se non intervengo direttamente nelle discussioni o non partecipo alle sessioni Elluminate nelle modalità mie proprie posso concorrere al benessere della «famiglia». Resta tuttavia la spiacevole sensazione di essere considerata un’intrusa.

Leggo gli interventi nel forum di discussione fra i quali quello di Dave e quello di Siemens, due dei facilitatori, che qui riporto perché rispecchiano la situazione di disagio a cui ho accennato e che sembra essere condivisa da altri corsisti e che forse spiegano la mancata informazione. Il primo dice che è fisiologico che i partecipanti di corsi MOOCs abbiano un certo “flusso”: elevati livelli di attività iniziale seguita dalla progressiva chiarificazione degli obiettivi e degli interessi da parte delle persone;  il secondo si chiede quanto della stasi sia dovuta alla materia in oggetto

Mi interrogo sul futuro di questo corso che per le sue peculiarità non posso non assimilare alla Terra. Con la sua grandiosità e magnificenza dà vita a tutte le cose seguendo ed accettando le regole del cielo;  è ricca ed è dotata di pregi senza limiti; abbraccia tutto nella sua ampiezza e tutto illumina nella sua grandezza;  grazie ad essa tutti gli esseri giungono alla riuscita. Così è il MOOC PLENK2010 , un corso insolito: non propone un corpo di contenuti, ciò che vi si apprende risulta dalle attività intraprese ed è diverso per ogni persona. Non è condotto in un singolo posto o in singolo ambiente., è distribuito in tutto il web. Fornisce alcune strutture, prevede che l’attività dei corsisti abbia luogo su Internet. Ciò che è richiesto è la visita delle pagine web di altre persone e la creazione di proprie.

Paragono la partecipazione al corso per la sua natura temporanea all’azione del «mietere mentre ancora splende il sole»: come il sole a mezzogiorno illumina appropriatamente ogni cosa sotto il cielo e poi comincia a calar così il corso che rappresenta infinite occasioni di apprendimento è destinato inesorabilmente a concludersi.

new post #PLENK2010 Ingredienti per un uso efficace di PLE/Ns

Ragionare sull’utilizzo efficace di ambienti personali di apprendimento (PLEs) e di reti personali di apprendimento (PLNs) implica considerare  una serie di domande relative a un tema emergente nella Società dell’Informazione: l’identità digitale. Sono questioni che riguardano le modalità con cui ambienti e reti si costruiscono, l’individuazione delle competenze necessarie, o meglio, indispensabili per il conseguimento dell’obiettivo. Riguardano anche le modalità attraverso cui si acquisiscono le competenze identificate, il loro apprendimento, le strategie e le attività di apprendimento, gli strumenti e gli ambienti che sostengono le competenze in esame.

Vale la pena di precisare che lo spostamento dell’attenzione sull’identità digitale mentre si sta riflettendo su PLE e PLN solo apparentemente equivale alla modifica dell’oggetto di riflessione, considerato che l’identità digitale è l’espressione delle molteplici attività di cui è costituita la vita digitale che si origina utilizzando i numerosi servizi disponibili in internet e si esprime soprattutto attraverso il social networking in cui la metafora della rete dà forma all’incontro tra le menti, all’intelligenza connettiva (De Kerckhon, 1992).

Chi scrive ha affrontato l’argomento nella sua tesi di master in Metodi e tecnologie per l’e-learning «Costruire la propria identità digitale fra competenze e abilità complesse». Per facilitare il lettore suggerisce la visione del capitolo3 sull’Identità digitale (pagine 25 – 36)

in cui trovano spazio riflessioni sull’identità digitale, descrivendone prima l’oggetto, attraverso lo studio della letteratura sull’identità personale prima, e di quella relativa all’identità digitale dopo, discutendo per entrambe caratteristiche e implicazioni; la visione del capitolo 4 pagine 37- 54

che fornisce una panoramica del tema sulle competenze digitali che, dal suo nascere ad oggi, ha visto progressivamente l’arricchimento di importanti e significativi elementi; propone un tentativo di armonizzazione delle diverse espressioni e orientamenti[…]; descrive alcuni modelli verso i quali si guarda con particolare interesse per le implicazioni sulla costruzione dell’identità digitale; infine passa in rassegna i vari contributi provenienti da alcuni ricercatori, raccolti nel corso del convegno sulle competenze digitali tenutosi a Barcellona nel luglio 2009.

Ciò premesso desidero esprimere alcune osservazioni.

Il percorso fino ad ora seguito (Personal Learning Environments Networks and Knowledge) rappresenta per me una sostanziale conferma della validità degli elementi su cui ho costruito la mia identità digitale e quindi il mio PLE:

– curiosità insaziabile, apertura al nuovo, ricerca di diversi punti di vista.

– percezione del bisogno di autorealizzazione

– approccio lifelong learning

– e-learning

– apprendimento formale, non formale, informale

– PKM, che ho esperito in tutti i gradini del possibile

– valori etici.

Il percorso di apprendimento che ho praticato fino ad ora  mi ha permesso di potenziare e sviluppare le mie competenze PKM sollecitandomi a abbracciare forme di partecipazione, di espressione e collaborazione prima praticate in modo limitato.

La domanda che ora si pone riguarda l’affermazione The challenge will not be in how to learn, but in how to use learning to create something more, to communicate. (Stephen Downes, 2005 ).

In me si sta consolidando l’istanza di allargare, di coinvolgere altri nel processo di espressione/scoperta di sé che la vita digitale favorisce. Penso alle persone della mia età, a uomini e donne che per formazione e professioni pregresse potrebbero essere abilitati alla salvaguardia di una memoria che corre il rischio di essere cancellata. Mi riferisco alla perdita della memoria culturale e la conseguente svalutazione delle virtù civiche e l’impegno consapevole a cui si riferisce Bauerlein (2008).

Allo scopo sto accomunando su  Evernote una quantità di materiale che mi tornerà utile nella creazione di una rete personale provvisoriamente chiamata «Pico della Mirandola».

A questo punto mi domando se e come sia possibile superare l’ostacolo ben espresso dalla considerazione di Isaac Asimov

«I do not fear computers. I fear the lack of them.»

eBookLearn, #PLENK2010 Testi digitali per la scuola come ambienti di apprendimento

Leggo con interesse il materiale presentato da Noa Carpignano[1], al Seminario tenutosi il 19 febbraio 2010 – Università di Padova – Cultura senza barriere reperibile qui e presentato come un possibile modello di editoria digitale scolastica al corso di perfezionamento dell’Università della Tuscia.

L’autrice ragiona su I libri liquidi: presente e futuro anteriore dei testi digitali per la scuola; introducendo il suo pensiero rileva la cadenza stagionale con cui compaiono triti articoli sul caro libri e l’assenza in essi di qualsiasi riferimento o discussione sui libri digitali; cita le disposizioni ministeriali che li introducono e li disciplinano. Mette a fuoco la complessità del problema rappresentato dai libri digitali per la scuola suggerendo alcune domande:

1. Cosa si pensa che siano i testi digitali per la scuola? 2. Cosa invece dovrebbero essere? 3. Come la mettiamo con l’accessibilità? 4. Perché la pirateria non deve far paura? 5. Perché le scuole non devono subire il cambiamento e come possono essere parte attiva?

La relatrice intende dimostrare che qualunque sia il punto di vista da cui si osserva il testo digitale per la scuola di certo necessita di essere modificato, così studenti, insegnanti, editori, legislatori, giornalisti sono coinvolti nel riesame del loro ruolo e delle loro mansioni; trasformazioni indispensabili investono anche le loro opinioni e le loro convinzioni personali.

L’autrice riflettendo e sviluppando i temi che costituiscono l’oggetto delle domande sopra indicate sostiene che il testo digitale per la scuola non è da identificare col pdf «come concetto di testo tradizionale distribuito»; invita il legislatore a cambiare la normativa per evitare che l’utente vada in confusione; afferma che « i vantaggi del peso/costo sono marginali rispetto ad altri benefici che il testo digitale può garantire»; tratteggia un testo digitale che agevoli «l’accesso a una vasta gamma di materiali da consultare […] accanto al testo e alle immagini, ci siano anche file audio, filmati, mappe concettuali. […]. Ha in mente un « testo componibile, un CD tutto navigabile come un sito, con audio e giochi didattici», un testo senza «confini fisici » grazie

«[ …] alla sua permeabilità a contenuti “altri”, alla sua miscelabilità con contenuti “altri”. Le connessioniche permettono di esplorare e l’hackerabilità –che consente di appropriarsi e rimescolare e sperimentare i contenuti – fanno sì che il testo sia fluido e possa diventare un vero e proprio ambiente di apprendimento.»

Sollecita gli insegnati a mutare l’espressione del loro ruolo ponendosi «non più di fronte ma di fianco all’allievo per fare, oltre che da guida, da mediatore culturale tra la tecnologia e i ragazzi» orientandoli a districarsi nella complessità della rete. Sottolineando «la dissociazione schizofrenica di chi pensa di lavorare in rete senza condividerne lo spirito non può che dare un esito infausto» si dice convinta che la figura dell’editore veda aumentare i suoi compiti dovendo garantire autorevolezza al testo coinvolgendo anche professionisti esterni ed estranei alla scuola; lavorare a una revisione stilistica; reperire le immagini; rendere i materiali accessibili; provvedere ai disegni, carte e mappe, al progetto grafico e all’impaginazione.

Al termine della lettura del materiale presentato al Seminario tenutosi all’Università di Padova – Cultura senza barriere mi ritrovo soddisfatta e arricchita avendo incontrato un inquadramento esauriente per la comprensione di un tema destinato a assurgere al ruolo di protagonista nella scuola di domani e l’esplicitazione di quelle connessioni che riescono a coniugare gli ambienti personali di apprendimento e testi digitali.

Restano ora da indagare le competenze necessarie, se non indispensabili, per la fruizione di testi digitali come sono stati indicati, le modalità attraverso cui si acquisiscono le competenze messe a fuoco, il loro apprendimento, le strategie e le attività di apprendimento, gli strumenti e gli ambienti che sostengono le competenze in esame.


[1] «l’editore che ha creato BBN: la prima casa editrice italiana che pubblica testi scolastici digitali».